Francesco Borromini

Francesco Borromini, architetto

  Francesco Borromini, ritratto in giovane età (anonimo)

Giovinezza e formazione
"Uomo di grande e bello aspetto, di grosse e robuste membra, di forte animo e d'alti e nobili concetti" (secondo il suo biografo Filippo Baldinucci), Francesco Borromini nacque il 27 settembre 1599 a Bissone, sul lago di Lugano da Giovanni Domenico Castelli e da Anastasia Gravo. Seguendo la tradizione migratoria delle maestranze della propria terra specializzate nell'arte lapicida, Francesco si spostò a Milano in età molto giovane, tra i nove e i quindici anni secondo Baldinucci. A Milano lavorò come intagliatore di pietre e presumibilmente studiò l'arte del disegno di scultura, avendo modo di impiegarsi anche nella Fabbrica del Duomo.

1619- 1621. L'arrivo a Roma e i primi lavori
Le prime testimonianze note della presenza a Roma di Francesco lo vedono impegnato nel 1619, in lavori per la basilica di San Pietro in Vaticano come scalpellino, ospite e collaboratore dello zio Leone Gravo, già attivo come capomastro scalpellino a Milano, e presso il quale si era formato.
Il Gravo ccupava una posizione di un certo peso nella gerarchia delle maestranze romane, soprattutto da quando era entrato in parentela con Carlo Maderno – architetto direttore della fabbrica di S. Pietro- sposandone , nel 1610, la nipote Cecilia. Dopo la sua morte avvenuta il 12 agosto a seguito di una caduta dalle impalcature di San Pietro, il giovane Borromini iniziò a collaborare con il Maderno e il 12 novembre 1621, proprio nella residenza di quest’ultimo, costituì una società di mestiere, rilevando i materiali del defunto zio, insieme ad altri due capomastri scalpellini provenienti dalla diocesi di Como.

Il rapporto con Carlo Maderno
Nella nuova veste di imprenditore la carriera di Borromini proseguì sotto la protezione dell'illustre architetto conterraneo e parente acquisito. Il contatto con Maderno accentuò la determinazione del giovane ad abbracciare la professione di architetto. Questa collaborazione favorì certamente da parte di Borromini l'armonica fusione tra le acquisizioni della cultura lombarda e le conoscenze derivanti dallo studio diretto dei monumenti della Roma antica e moderna.

Attività tra Maderno e Bernini
Nei cantieri della Basilica di San Pietro e del Palazzo Barberini, oltrechè nei Palazzi del Quirinale e del Vaticano, il giovane Borromini si trovò a lavorare alle dipendenze di Bernini, già artista celebrato, nonostante fosse di un solo anno più anziano,
Furono occasioni di un confronto determinante per gli sviluppi del forte dualismo che connotò la successiva produzione architettonica di entrambi e consentirono a Borromini di misurare finalmente il grado della sua maturità artistica e soprattutto di inquadrare meglio la propria personalità di architetto nel generale contesto romano.
La disinvolta genialità di Bernini espressa nella scultura e nella pittura, prima ancora che nell'architettura, in un concetto unitario delle arti visive, ne faceva un protagonista della corte di Urbano VIII Barberini, al quale era legato da affinità elettive.
L'ostinata ricerca formale nell'architettura ancora inespressa su grandi scenari e un carattere meditativo indirizzavano decisamente Borromini verso ribalte più dimesse.
Sul piano caratteriale sono molti gli episodi che testimoniano l'esuberanza del giovane Bernini rivolta a una visione edonistica della vita, mentre altrettanto nota è la propensione di Borromini alla solitudine e alla morigeratezza dei costumi, riflessa perfino nell'abbigliamento all'antica di foggia spagnola perennemente nero (secondo il biografo Giambattista Passeri) e sperimentata nella modestia del vivere quotidiano della lunga coabitazione con la famiglia dell'ottonaio Evangelista Aristotile in una casa presso San Giovanni dei Fiorentini.

Nonostante le differenze, Bernini, secondo la sua ben nota abilità nella gestione degli aiuti, pensò di avvalersi stabilmente del Borromini come collaboratore sia nei lavori di Palazzo Barberini, sia in quelli della basilica di San Pietro di cui aveva assunto la direzione nel febbraio 1629, succedendo a Maderno come architetto della Fabbrica. Già nel 1624 Bernini era stato incaricato della realizzazione del baldacchino.
Il contatto con Bernini contribuì alla maturazione del linguaggio plastico di Borromini come dimostrano le sue opere all'interno della basilica vaticana ascrivibili alla direzione dello scultore, quali l'inferriata della cappella del Sacramento (1629-1630) e le decorazioni dell'altare di San Leone Magno.

Borromini, pur di essere attivo in opere di primo piano come quelle del Vaticano e di Palazzo Barberini, sopportava una condizione subalterna, anche dal punto di vista retributivo, ma di fatto non corrispondente al suo effettivo ruolo.La rottura dei rapporti tra i due risale ai primi del 1633, quando il baldacchino di San Pietro appariva già ultimato, è perciò presumibile che le ragioni risiedessero soprattutto nella vicenda progettuale di Palazzo Barberini, rispetto alla quale, Borromini soleva dire: "Non mi dispiacie che abbia auto li denarij, ma mi dispiacie che gode l'onor delle mie fatiche" chiarendo le origini del risentimento che provò in seguito per Bernini.

Nel 1632 i Trinitari Scalzi, ancora una volta con l'intermediazione del cardinale Francesco Barberini, attratti anch'essi dalla gratuità del suo ingaggio, gli affidarono l'incarico di realizzare la chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane e l'annesso convento.
In questo cantiere che nella prima fase, dal 1634 al 1641 non riguardò la facciata della chiesa, (lavori minori sono documentati ancora nel 1648), Borromini ebbe modo di esprimere tutta la propria personalità artistica unita ad una straordinaria capacità di controllo di tutte le fasi operative.
Nonostante le modifiche imposte dalla committenza, il carattere dell'opera borrominiana riflette pienamente gli intenti dell'autore.


Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
La fabbrica della chiesa fu avviata nel 1643 all'interno del complesso del Palazzo della Sapienza, secondo un progetto che doveva tenere conto dei limiti fisici dell'esedra posta al termine del preesistente cortile porticato rettangolare. L'esedra nel progetto di Giacomo della Porta, autore della configurazione del vasto complesso edilizio, doveva contenere una chiesa a pianta circolare. Borromini accolse svariate influenze linguistiche e iconologiche, legate al fatto che il palazzo era identificato come luogo deputato della Sapienza come sede dell'Università di Roma. Tali influenze sono identificabili a partire dallo schema planimetrico costituito da un esagono che alterna lati concavi e convessi, determinato geometricamente da matrici triangolari, assimilabile alla morfologia dell'ape, simbolo della famiglia papale dei Barberini, nonché in ogni altro aspetto decorativo e strutturale. Si vedano ad esempio gli alzati che conferiscono all’edificio una netta connotazione ascendente con la cupola ripartita in spicchi e la celebre lanterna a spirale che riflette significati biblici e sapienziali. La lanterna fu completata nel 1652 e la decorazione interna della chiesa solo dopo il 1660.

Il successo
Alla morte di Urbano VIII, Borromini, superati gli ostacoli iniziali si era conquistata abbastanza rapidamente una fortunata carriera e un profondo rispetto nella categoria degli architetti romani, avendo ottenuto alcune tra le maggiori commissioni di quel periodo. Questo era avvenuto nonostante egli non fosse integrato nel sistema degli incarichi ufficiali che garantiva agli architetti pubblici, a cominciare da Bernini, oltre all'esecuzione dei grandi lavori ad essi direttamente connessi, il controllo indiretto della notevole attività edilizia innescata dalle commesse di famiglie private e di enti religiosi.

Nel 1644 salì al trono il papa Innocenzo X Pamphili, deciso a smantellare l'ancora persistente potere dei Barberini - che opportunamente espatriarono in Francia - in ogni aspetto, compreso la posizione dominante degli artisti già da loro protetti. Di questa situazione fece le spese principalmente Bernini, che ebbe un notevole calo di commesse, inversamente proporzionale alla crescita della fortuna di Borromini, che entrò nelle grazie del nuovo pontefice grazie all'appoggio di monsignor Virgilio Spada, suo consigliere, nominato nel 1645 Elemosiniere Segreto.
Durante i primi anni di pontificato di Innocenzo X, Borromini seppe conquistarsi la completa fiducia del papa.
In questo periodo ottenne incarichi di diretta committenza papale che lo connotarono per un certo tempo come il nuovo architetto di corte, sopravanzando Pietro da Cortona e soprattutto Bernini, già da lui messo in difficoltà nel 1645 con il parere tecnico negativo circa le deficienze statiche del progetto dei campanili di San Pietro.

Tra il 1644 e il 1647 ebbe l’incarico da Innocenzo X di presentare progetti per un casino nella villa di San Pancrazio, per il palazzo e per il collocamento di una fontana con obelisco in Piazza Navona e per il rinnovamento della basilica di San Giovanni in Laterano. Eseguì anche un progetto per una cappella circolare accanto alla chiesa di Santa Maria in Vallicella che rimase però in. stato di abbozzo.
Tuttavia i progetti elaborati da Borromini per il Palazzo Pamphili e per la fontana in piazza Navona non furono attuati. Per la fontana con obelisco commissionatagli nel 1647 egli elaborò un progetto molto sobrio che non incontrò il gradimento del papa che preferì affidare l'incarico al Bernini, il quale attuò il suo scenografico progetto rappresentante i Quattro Fiumi tra il 1648 e il 1651.

Intanto la fama di Borromini aveva varcato i confini romani come dimostra la sua consultazione nel 1651, assieme a Bernini e a Pietro da Cortona, per un parere sul progetto di Girolamo Rainaldi e Bartolomeo Avanzini per il palazzo Ducale di Modena, sollecitata dallo stesso Avanzini. L'anno seguente egli ebbe uno dei pochi momenti di aperta popolarità, quando durante una cerimonia in San Pietro il papa gli conferì la croce dell'Ordine di Cristo, in base alla quale poté fregiarsi del titolo di Cavaliere.
Tuttavia il crescente successo non contribuì ad agevolare i suoi rapporti con i committenti e soprattutto con i colleghi architetti. Infatti benché Baldinucci sottolinei che "non fu mai possibile il farlo disegnare a concorrenza di alcun altro artefice", l'intransigenza mostrata con i committenti si riverberava anche nei rapporti con i colleghi, anche a costo di dolorose rinunce. Comunque anche i più grandi concorrenti riconoscevano la sua profonda conoscenza dell'architettura, come disse padre Virgilio Spada nel 1657, riferendosi a Cortona e Bernini; in particolare quest'ultimo, alcuni anni prima, gli avrebbe detto "avanti l'altare di San Pietro, che il solo Borromino intendeva questa professione, mà che non si contentava mai, e che voleva dentro una cosa cavare un'altra, e nell'altra l'altra senza finire mai".

Il caso più eclatante al riguardo è la vicenda del cantiere della chiesa di Sant'Agnese in Agone a piazza Navona, nel quale Borromini, per volere di Innocenzo X, subentrò nel 1653 a Girolamo e Carlo Rainaldi, la cui scelta era stata approvata dal pontefice un anno prima, al momento dell'affidamento della sovrintendenza dell'opera al nipote Camillo Pamphili, parimenti estromesso dal cantiere. Borromini demolì completamente l'impianto predisposto dai Rainaldi, modificando radicalmente il rapporto del nucleo centrale concavo della facciata rispetto alla piazza.
Alla morte del papa nel 1655. Camillo Pamphili riprese la conduzione della fabbrica con conseguente deterioramento del rapporto con il Borromini, che giunse nel 1657 a lasciare il cantiere.

La chiesa venne proseguita modificando il suo disegno riguardo la conformazione della facciata, in particolare con la trasformazione del cupolino, il soprelevamento delle torri campanarie e l'accentuazione dell'attico, mentre l'interno manteneva le linee generali del progetto borrominiano impostato su una pianta a croce greca.

L'isolamento professionale
A seguito dell’allontanamento dal cantiere di S. Agnese il Borromini entrò nel periodo più tormentato della sua carriera. Non avvertì comunque subito il cambiamento perché al momento dell’elezione del nuovo pontefice era impegnato nel grande cantiere del Palazzo del Collegio di Propaganda Fide, iniziato nel 1654, ancora sotto gli auspici di Innocenzo X e dei Gesuiti, grazie ai quali aveva acquisito la carica di architetto del Collegio fin dal 1646. L’avvento del papa Alessandro VII portò al grande ritorno di Bernini nel ruolo di architetto di corte.


L'ultimo periodo
I tanti progetti irrealizzati, quelli rimasti incompiuti, la lentezza con la quale progredivano per mancanza di fondi le fabbriche che aveva iniziato, nonché il progressivo distacco mostrato da Alessandro VII verso la sua architettura, portarono il Borromini a chiudersi sempre più in se stesso. Malgrado un’ applicazione pressoché maniacale al lavoro non acquisì nuovi committenti, anzi l’irosa depressione in cui cadde lo allontanò anche dai vecchi, come i Filippini che nel 1657 decisero di non richiamarlo per lavori di completamento dell'Oratorio da lui stesso progettato.
Il 1662, l'anno della morte d Virgilio Spada che era stato il suo principale protettore, coincise con l'incarico di completare il complesso dei Trinitari al quadrivio delle Quattro Fontane. Con quest’opera, ultimata dopo la sua morte, emblematicamente chiudeva la parabola della sua carriera iniziata trent'anni prima.

L'ultimo periodo di attività di Borromini, anche se meno legato ai cantieri, fu comunque ricchissimo sotto l'aspetto creativo. A questa fase appartengono progetti ideali, non collegati a reali commesse, destinati ad essere incisi e raccolti forse in una serie di volumi come quelli dedicati al complesso della Sapienza e all'Oratorio dei Filippini (pubblicati postumi dall'editore Sebastiano Giannini con il titolo "Opus Architectonicum Equiti Francisci Borromini", rispettivamente, nel 1720 e nel 1725). D'altra parte egli non si era mai curato di trasmettere il suo sapere ad allievi, preferendo avvalersi della collaborazione di semplici esecutori come ad esempio Francesco Righi e Francesco Massari, suo assistente nella fabbrica di San Carlino, nonché ospite della sua casa, mentre le doti del giovane nipote Bernardo Castelli non potevano fargli sperare niente più di una onesta pratica dell'architettura.
La concentrazione ossessiva sul lavoro teorico e la perdita di contatti con l'esterno, accentuò i tratti più oscuri del suo carattere, come narra ancora Baldinucci: "Egli era solito di patir molto di umor malinconico, o, come dicevano alcuni dei suoi medesimi, d'ipocondria, a cagione della quale infermità, congiunta alla continua speculazione nelle cose dell'arte sua, in processo di tempo egli si trovò si sprofondato e fisso in un continuo pensare, che fuggiva al possibile la conversazione degli uomini stando solo in casa, in null'altro occupato che nel continuo giro dei torbidi pensieri".
Questo atteggiamento, al quale non dovette giovare neanche quel viaggio nostalgico in patria ipotizzato da alcuni, fu all'origine nella notte del 2 agosto del "caso stravagante e lacrimevole" - usando le parole del diarista Cartari Febei - di Francesco Borromini che "caduto da alcuni giorni in pieno umore hipocondriaco, con una spada, appoggiata col pomo in terra e con la punta verso il proprio corpo si ammazzò". In realtà la morte non seguì immediatamente l'autoferimento, frutto di una sua spropositata reazione al mancato adempimento di Massari ad un suo ordine di avere luce per scrivere, ma sopraggiunse "alle dieci hore dell'alba" consentendogli di confessarsi e di fare testamento dettando lucidamente a un notaio le circostanze e le ragioni dell'accaduto, beneficiando di gran parte dei suoi averi il nipote Bernardo, e stabilendo infine di farsi seppellire nella tomba dell'amato maestro Carlo Maderno nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, senza alcuna indicazione del proprio nome.

Francesco Borromini, ritratto

Sintesi  elaborata sui testi contenuti nel CD-ROM INTERATTIVO FRANCESCO BORROMINI OPERE WORKS -

(Cf. http: //cd.borromini.at- )